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			</div><div id='error'>
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			<code>SELECT * FROM wp_bas_visitors, wp_bas_refer, wp_bas_ua, wp_bas_os WHERE visit_id =  AND referer = referer_id AND osystem = os_id AND useragent = ua_id</code></p>
			</div><div id='error'>
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			<code>INSERT INTO wp_bas_log (visit, stamp, outbound, page) VALUES (, '2008-09-08 14:53:28', 0, 1);</code></p>
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	<title>Open Source Blog</title>
	<link>http://opensourceblog.biz/blog</link>
	<description>modelli di business ed innovazione sul software open source</description>
	<pubDate>Tue, 15 Jul 2008 13:15:44 +0000</pubDate>
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	<language>en</language>
			<item>
		<title>Lo sviluppo del kernel di Linux, una polaroid sull&#8217;universo Open Source</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2008/07/15/lo-sviluppo-del-kernel-di-linux-una-polaroid-sulluniverso-open-source/</link>
		<comments>http://opensourceblog.biz/blog/2008/07/15/lo-sviluppo-del-kernel-di-linux-una-polaroid-sulluniverso-open-source/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2008 13:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kaiopana</dc:creator>
		
	<category>case study OS</category>
	<category>Economia della collaborazione</category>
	<category>Linux</category>
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		<description><![CDATA[Il kernel di Linux, giunto il 13 luglio alla versione 2.6.26, è forse il simbolo dell&#8217;impegno della comunità Open Source nel miglioramento di prodotto. Nasce infatti nel 1991 dal lavoro di Linus Torvalds, allora ventunenne, e di una comunità di utenti che si trovava periodicamente online.
Oggi il kernel viene periodicamente migliorato, ed una nuova versione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify">Il kernel di Linux, giunto il 13 luglio alla versione 2.6.26, è forse il simbolo dell&#8217;impegno della comunità Open Source nel miglioramento di prodotto. Nasce infatti nel 1991 dal lavoro di Linus Torvalds, allora ventunenne, e di una comunità di utenti che si trovava periodicamente online.<br />
Oggi il kernel viene periodicamente migliorato, ed una nuova versione dello stesso viene rilasciata ogni due o tre mesi. Ai miglioramenti, dal 2005 ad oggi, hanno preso parte 3678 persone, provenienti da 271 aziende ed organizzazioni sparse dislocate in tutto il mondo. Questa galassia di sviluppatori che partecipano al progetto può essere presa ed elevata ad esempio di come una comunità Open Source funziona ed è composta.Contributi individuali</p>
<div style="text-align: center"><img width="338" height="582" alt="classifica dei contributi individuali" src="http://www.javaopenbusiness.it/docs.war/table3-contributors.gif" /></p>
<div style="text-align: justify">Sul <a target="_blank" href="https://www.linuxfoundation.org/publications/linuxkerneldevelopment.php">sito</a> sono presenti i nomi dei primi trenta sviluppatori più attivi (Linus Torvalds è ventisettesimo, Alan Cox ventiduesimo, per citare due tra i più noti). Il primo in classifica è Al Viro, con oltre 1500 contributi singoli, pari però solo all&#8217;1,9% del totale. I primi dieci sviluppatori contribuiscono solo al 14,2% delle modifiche al codice del kernel, i primi trenta al 28,4: nessuno sviluppatore riesce da solo ad essere indispensabile alla comunità, almeno per quanto riguarda la quantità di miglioramenti introdotti. Una cosa è però assodata: solo i primi dieci sviluppatori apportano più dell&#8217;un per cento dei contributi, percentuale bassa anche se non tiene conto del tipo di contributi apportati.</div>
</div>
<p>Contributi dalle organizzazioni</p>
<p>La Linux Foundation passa ad analizzare poi la provenienza dei contributi, sulla base di tre parametri:</p>
<ul>
<li>la mail individuale (se è personale o aziendale)</li>
<li>eventuali segnalazioni presenti sul codice fornito</li>
<li>interviste dirette</li>
</ul>
<p style="text-align: center"><img width="338" height="592" alt="classifica dei contributi aziendali" src="http://www.javaopenbusiness.it/docs.war/table4-companies.gif" /></p>
<div align="left">Dalla tabella emerge che vi sono aziende che contribuiscono in modo piuttosto significativo allo sviluppo del kernel: Red Hat (11,2%), Novell (8,9%) e IBM (8,3%) sono le prime tre aziende, superate solo dai contributori &#8220;sconosciuti&#8221; (quelli di cui non si sa la reale provenienza, se da un&#8217;azienda o se privati, il 12,9%), e dai singoli che contribuiscono al codice senza un apparente tornaconto (13,9%). I grandi del panorama mondiale ICT ci sono quasi tutti (Oracle, Google, Cisco, HP, Intel, Fujitsu&#8230;). Persino Volkswagen ha contribuito al kernel, fornendo il <a target="_blank" href="http://lwn.net/Articles/253425/">protocollo di rete PF_CAN</a>. Ciò dimostra come l&#8217;universo degli sviluppatori Open Source sia, oggi come non mai, vario e complesso, sia per quanto riguarda la provenienza (settori hardware e software, ma anche industria automobilistica e di elettrodomestici, ecc.), sia per quanto riguarda l&#8217;utilizzo del software (attività gestionali, amministrative, operative, ecc.).</div>
<p style="font-weight: bold">Una galassia fatta di persone</p>
<p>Le comunità partecipano attivamente al codice del kernel, e il loro contributo è ben visibile: su oltre 83.000 miglioramenti, solo una minima parte viene dallo sviluppatore che ha scritto per primo il suo codice, o dalla sua fondazione, o da un&#8217;unica azienda. Tutto il resto è opera per lo più di sviluppatori il cui nome forse non comparirà mai sui libri o sulle pagine internet che parlano di kernel, ma che hanno sicuramente contribuito più di tutti alla crescita del software libero e della sua cultura.</div>
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		<title>Il &#8220;presale&#8221; e la distribuzione del valore nelle imprese Open Source</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/10/18/il-presale-e-la-distribuzione-del-valore-nelle-imprese-open-source/</link>
		<comments>http://opensourceblog.biz/blog/2007/10/18/il-presale-e-la-distribuzione-del-valore-nelle-imprese-open-source/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2007 08:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Voci dalla comunità</category>
	<category>Marketing Open Source</category>
	<category>Economia della collaborazione</category>
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		<description><![CDATA[La scorsa settimana ho avuto la fortuna di poter scambiare due chiacchiere con Andre Boisvert, una delle persone più in vista nel panorama dell’Open Source.
Presto pubblicheremo l’intervista completa su Java Open Business, per il momento volevo condividere con voi alcuni temi emersi nel corso della discussione.
L’esperienza di Boisvert nel campo dell’IT, è più che trentennale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana ho avuto la fortuna di poter scambiare due chiacchiere con Andre Boisvert, una delle persone più in vista nel panorama dell’Open Source.<br />
Presto pubblicheremo l’intervista completa su Java Open Business, per il momento volevo condividere con voi alcuni temi emersi nel corso della discussione.<br />
L’esperienza di Boisvert nel campo dell’IT, è più che trentennale. Non vorrei dilungarmi sul suo curriculum, che verrà ampiamente approfondito nel pezzo che sto scrivendo per JOB; basti ricordare che la sua avventura professionale iniziò negli anni ‘70 in IBM, dove ricopriva la posizione di senior manager, ed è poi proseguita in aziende del calibro di Oracle, SAS Istititute e VA Linux, solo per citare le più note. Oggi Boisvert è Chief Business Development Officer di Compiere Inc e co-fondatore della Pentaho Corporation.</p>
<p>Non voglio anticipare troppo l’intervista,  sono due i temi emersi nel corso del nostro incontro che mi sono parsi più rilevanti. Il primo riguarda un aspetto che è stato spesso trascurato nel dibattito sul management del business Open Source, ovvero la gestione del presale: se nel modello tradizionale quest’ultima occupa una parte rilevante del tempo da dedicare al potenziale cliente (demo live effettuate in azienda, riunioni e presentazioni con i diversi ruoli coinvolti nell’iter decisionale etc.), nel modello Open Source – secondo la visione di Boisvert – questa fase deve essere demandata completamente al cliente finale o, in alternativa, resa come consulenza a pagamento. La possibilità di scaricare la versione Open Source dal sito (il famoso bottone “download”), installarla e provarla, sostituiscono il questo caso il classico concetto di presale: se il potenziale cliente vuole vedere una dimostrazione dal vivo, o non ha le capacità per installare il programma, l’assistenza e la consulenza devono essere sin da subito a pagamento.<br />
Il concetto mi sembra interessante e può rientrare nel quadro di una strategia di distribuzione del valore all’interno della rete che costituisce l’ecosistema dell’Open Source: parte del lavoro che prima spettava al consulente, viene fatto ricadere direttamente sul cliente stesso (“scaricati il software ed installatelo”) o sul lavoro fatto dalla comunità (come nel caso di documentazione e forum di assistenza). L’obiettivo di una azienda Open Source dovrebbe essere da un alto la distribuzione del valore sulla rete – demandando quanto più possibile funzioni secondarie ad altri attori dell’ecosistema – e dall’altro la specializzazione su nicchie e competenze core del proprio business.</p>
<p>La seconda sensazione avuta dal colloquio con Boisvert, è quella di un Open Source maturo per il grande business: detto senza mezzi termini, professionisti come Boisvert non si mettono in ballo se non c’è sostanza sotto. Mi sembra che si stia passando da una fase, diciamo così, pioneristica dei modelli di business legati all’Open Source (fatta di piccole software house o singoli sviluppatori aggregati in grandi comunità, spinti più da passione ed etica), ad azienda con manager di grande esperienza, in grado di avere accesso a fondi d’investimento consistenti e dotate di capacità strategiche e organizzative complesse.</p>
<p>Insomma, il business legato all’Open Source sta decisamente maturando ed i modelli economici di riferimento non mancano. Nei prossimi giorni cercherò di affrontare il tema della distruzione del valore come arma di strategia aziendale.</p>
<p>Antonio Picerni
</p>
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		<title>2008, Odissea nei desktop</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/10/03/2008-odissea-nei-desktop/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2007 08:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Open Source e Grandi Aziende</category>
	<category>Linux</category>
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		<description><![CDATA[La crescita dei desktop Linux è stata molto lenta negli ultimi anni: alcune stime parlano dello 0,1% annuo. Un incremento infinitesimale, che non preoccupa le big del settore Microsoft e Apple. Sarebbe interessante andare ad esplorare i motivi di una crescita così lenta, o se vogliamo di un&#8217;occasione mancata. Linux in effetti è cresciuto meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La crescita dei desktop Linux è stata molto lenta negli ultimi anni: alcune stime parlano dello 0,1% annuo. Un incremento infinitesimale, che non preoccupa le big del settore Microsoft e Apple. Sarebbe interessante andare ad esplorare i motivi di una crescita così lenta, o se vogliamo di un&#8217;occasione mancata. Linux in effetti è cresciuto meno dell&#8217;espansione annuale del mercato; ciò significa che se Linux è cresciuto di poco, Microsoft e soprattutto Apple hanno accresciuto il loro dominio sui desktop senza particolari sorprese.</p>
<p>Il 2008 potrebbe essere però l&#8217;anno buono. Non voglio essere come quei tanti predicatori che da anni paventano l&#8217;era di Linux e la dominazione del mondo. Semplicemente vedo una serie di fattori (che prima non esistevano) scatenarsi e muoversi in maniera coordinata. In questo articolo proverò a sintetizzare i motivi che mi portano a pensare che il prossimo anno sia quello decisivo.</p>
<p>Il primo fattore sono le evidenti difficoltà del nuovo sistema operativo di Microsoft, Windows Vista. Un sistema operativo che richiede risorse hardware costose e che a distanza di un anno dalla sua uscita ancora non funziona bene. La società di Redmond ha utilizzato la stessa tattica che impiega da anni: l&#8217;obsolescenza forzata della generazione precedente, introducendo una nuova versione che promette benefici superiori. Questa volta sembra però che i benefici siano di molto inferiori alle magagne, non da ultimo un paranoico sistema di protezione della proprietà intellettuale (di Microsoft e di terzi). Consumatori e imprese continuano a comprare Windows XP, ed è la stessa Microsoft a dirlo nelle previsioni di bilancio del 2008 (le società quotate negli Stati Uniti devono fornire alla SEC previsioni sul fatturato e sulla sua composizione).</p>
<p>Windows Vista ha di fatto scontentato retailer e system integrator, che invece di lauti guadagni in termini di maggiori unità vendute si sono trovati pile di sistemi con Windows Vista nei magazzini. A distanza di sei mesi dall&#8217;uscita del nuovo sistema operativo di Microsoft, uno dei maggiori system integrator mondiali, Dell, ha deciso di modificare la propria strategia. Non si tratta di un cambio di rotta radicale, ma quel tanto che basta per mantenere buone relazioni con Microsoft, e contemporaneamente allargare i propri orizzonti di mercato. Fu così che con lo spunto di un sondaggio a vastissima partecipazione, Dell ha deciso di cominciare a vendere hardware con Linux preinstallato direttamente ai consumatori. Non una distribuzione qualunque, ma Ubuntu, in crescita a danno di altre distribuzioni, tra cui Debian. In due mesi sono nati due modelli di pc desktop e un modello di portatile ottimizzati per la distribuzione di Canonical, con tanto di rilascio di driver specifici e di immagine di installazione. Dell non ha ancora rilasciato dati ufficiali sulle vendite, ma si vocifera che stiano andando abbastanza bene. Credo che non avrebbero deciso di espandere le vendite in Europa (in Italia dovremo pazientare ancora un po&#8217;) se i nuovi sistemi non avessero raggiunto gli obiettivi di vendita previsti.</p>
<p>Dell è una delle aziende che più di tutte esercita influenza sulle scelte dei produttori di hardware. Ed ha deciso di sfruttare questa influenza per forzare i fornitori di hardware a produrre driver open source: dal 2008 infatti chi vorrà essere fornitore di Dell dovrà avere a disposizione un driver open source funzionante e ottimizzato. Non è quindi una sorpresa che AMD, che detiene una quota vicina al 25% delle vendite di schede grafiche, abbia deciso di punto in bianco di rilasciare le specifiche complete del proprio hardware e di collaborare alla creazione di un driver open source. Intel ha fatto questa mossa già da molto tempo: all&#8217;appello manca solo Nvidia. Chissà come andrà a finire.</p>
<p>A costo di essere prolisso, non vorrei dimenticare un altra importantissima tendenza: la diminuzione del costo dell&#8217;hardware e la conseguente diminuzione dei margini di vendita. Si prevede che nel 2008 verranno introdotti portatili al costo di 250 dollari. E&#8217; difficile dirlo a questo punto, ma è probabile che 75 dollari in più di licenza OEM per Windows possano esercitare una certa influenza nelle scelte degli acquirenti di questo tipo di sistemi. Si tratta di computer che costano poco, ma su cui non ci si può certo fare tutto: &#8220;solamente&#8221; lavoro d&#8217;ufficio, internet, posta e comunicazione, quello che anche Ubuntu sa fare benissimo.</p>
<p>Dunque: nel 2008 avremo una grande azienda che commercializzerà in tutto il mondo sistemi ottimizzati per Linux; avremo driver open source di qualità per un bel numero di periferiche dedicate al mondo consumer; avremo (e abbiamo) una distribuzione come Ubuntu in grado di competere in qualità e usabilità con i sistemi di Microsoft e Apple.</p>
<p>Le truppe sono sistemate sul campo di battaglia: sarà un macello o l&#8217;ennesima ritirata?</p>
<p>Andrea Maritan
</p>
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		<title>Open Source, economia della collaborazione e Web 2.0</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/09/17/open-source-economia-della-collaborazione-e-web-20/</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Sep 2007 08:39:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Voci dalla comunità</category>
	<category>Web 2.0</category>
	<category>Economia della collaborazione</category>
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		<description><![CDATA[Non potevamo più farne a meno. Anche noi di Open Source Blog alla fine non abbiamo saputo resistere, ed eccomi qui a scrivere un post sul Web 2.0.
Ovviamente dal nostro punto di vista, ovvero quello di chi mangia Open Source ormai da una vita.
Leggendo molto sul tema e sui nuovi modelli comunicativi che caratterizzano il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Non potevamo più farne a meno. Anche noi di Open Source Blog alla fine non abbiamo saputo resistere, ed eccomi qui a scrivere un post sul Web 2.0.</p>
<p class="MsoNormal">Ovviamente dal nostro punto di vista, ovvero quello di chi mangia Open Source ormai da una vita.</p>
<p class="MsoNormal">Leggendo molto sul tema e sui nuovi modelli comunicativi che caratterizzano il nuovo scenario della Rete, mi accorgo di come il movimento Open Source non sia stato solo determinante per la nascita di una nuova generazione di software (migliori, ad un costo più basso e liberamente accessibili a tutti), ma abbia avuto soprattutto grande influenza su quelle dinamiche comunicative che sarebbero poi sfociate in quello che oggi viene comunemente chiamato &#8220;Web 2.0&#8243;.</p>
<p class="MsoNormal">Il web, così come lo conosciamo oggi (ovvero con una produzione di contenuti spalmata in modo orizzontale su una galassia di utenti più o meno professionisti e la creazione di fitte reti di relazioni aggregate nei cosiddetti Social Network), deve molto a quella feconda esperienza culturale che è stato il movimento Open Source.</p>
<p class="MsoNormal">Le ragioni sono essenzialmente due: la prima di natura &#8220;tecnologia&#8221;, la seconda (forse più importante) di natura &#8220;culturale&#8221;.</p>
<p class="MsoNormal">Ma andiamo con ordine e analizziamo le cause tecnologie. Il movimento Open Source ha in questi anni prodotto un&#8217;enorme quantità di software: basti pensare all&#8217;incredibile numero di progetti aperti su sourceforge.net in questi anni. Non solo. Oltre che nella quantità, la produzione di software Open Source, in molti casi, ha dimostrato una grande affidabilità e qualità (sia in termini di sicurezza che di prestazione). Da questo calderone sono nati programmi come WordPress, Mambo CMS, Firefox, ecc. La diretta conseguenza del successo di questi progetti è stato il complessivo abbassamento dei costi di <em>set-up</em> di piccoli siti amatoriali (sia in termini monetari che di apprendimento). Oggi  è possibile per tutti acquistare hosting ad una cifra irrisoria (poche decine di euro) comprensivi di manutenzione annuale, nome dominio ed installazione guidata di un blog. Tutto in pochi click.</p>
<p class="MsoNormal">Anche la diffusione delle API (Application Programming Interface) da parte di molte grandi aziende ha permesso l’uso personalizzato di applicativi complessi (come le mappe di Google o lo streamming video di YouTube) da parte di piccole start-up e singoli programmatori che a loro volta hanno rilasciato servizi e portali gratuiti ad altri utenti finali. Tale diffusione non sarebbe stata possibile senza l’utilizzo di Standard Aperti (Open Standards) o di linguaggi di programmazione Open Source. Kim Polese, Amministratore Delegato di SpikeSource, system integrator californiano, dichiara che grazie al software Open Source le sue voci di costo aziendali sono diminuite di un decimo negli ultimi sette anni, permettendole così di sviluppare un business competitivo in un mercato già piuttosto affollato.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><em>E qui le regioni tecnologiche incontrano quelle culturali</em>. Dalle esperienze delle comunità Open Source è emerso non solo un nuovo modo di concepire i processi d’innovazione, ma più in generale un nuovo approccio alla protezione e alla creazione di beni intellettuali.</p>
<p class="MsoNormal">Se ne parla diffusamente anche nell&#8217;ultimo libro di Topscott e Williams, <em>Wikinomics</em>, dove l’esempio delle comunità Open source (in primis quelle delle comunità di Linux) vengono segnalate come fonte d&#8217;ispirazione per altri movimenti come quello delle &#8220;Creative Commons&#8221; oppure come episodi di R&#038;S esemplari nel settore delle tecnologie e in quello scientifico (vedi il caso della Goldcorp Challange e di alcuni settori della ricerca, come la decodifica del DNA<em>).</em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Continua&#8230;</em></p>
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		<title>Open Source sotto l&#8217;ombrellone</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/08/01/open-source-sotto-lombrellone/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Aug 2007 10:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Recensioni</category>
	<category>Svago</category>
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		<description><![CDATA[Post leggero e tipicamente estivo, ma caldamente consigliato per quanti – come il sottoscritto – non sono ancora partiti per le vacanze. Ecco allora, come anticipato dal titolo, alcune letture sul tema a noi caro dell&#8217;Open Source e più in generale sulla filosofia di condivisione e cooperazione in ambito business, da leggere sotto l&#8217;ombrellone o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" style="padding: 10px" id="image35" title="spiaggia-estiva-opensourceblog-250x175.png" src="http://opensourceblog.biz/blog/wp-content/uploads/2007/08/spiaggia-estiva-opensourceblog-250x175.png" />Post leggero e tipicamente estivo, ma caldamente consigliato per quanti – come il sottoscritto – non sono ancora partiti per le vacanze. Ecco allora, come anticipato dal titolo, alcune letture sul tema a noi caro dell&#8217;Open Source e più in generale sulla filosofia di condivisione e cooperazione in ambito business, da leggere sotto l&#8217;ombrellone o al fresco di una baita, magari sorseggiando una bel bicchiere di tè freddo con tanto ghiaccio&#8230;</p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.apogeonline.com/libri/88-503-1078-1/scheda"><em>Open Source. Analisi di un movimento</em></a> di Nicola Bassi</strong><br />
Il libro, frutto della tesi di laurea in Ingegneria Informatica dell&#8217;autore, è un ottimo punto di partenza per poter iniziare ad avvicinarsi al mondo Open Source, a scoprirne la storia e i principali modelli di business. Testo dalla lettura facile e veloce, è forse carente e non sempre aggiornato in alcune sue parti. È disponibile presso questa <a href="http://www.apogeonline.com/libri/88-503-1078-1/scheda">pagina</a> direttamente in versione e-book.</p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.apogeonline.com/libri/88-7303-545-0/scheda"><em>Open Sources. Voci dalla rivoluzione Open Source</em></a> di AA. VV</strong>.<br />
I più importanti esponenti dell&#8217;Open Source riuniti in un unico libro presentano il proprio punto di vista sul futuro del software Open Source. Libro non sempre facilmente &#8220;digeribile&#8221;, ma che ha il vantaggio di mettere insieme personalità molto eterogenee tra di loro. Tra i nomi più importanti: Bruce Perens, Eric Raymond, Richard Stallman, Linus Torvalds.</p>
<p><strong><a target="_blank" href="http://www.free-culture.cc/"><em>Free Culture</em></a> di Lawrence Lessig</strong><br />
Scritto dal fondatore del movimento delle Creative Commons, Lawrence Lessig, il libro è una pietra miliare nella letteratura della libera cultura e del ridimensionamento dell&#8217;utilizzo del copyright così come l&#8217;abbiamo conosciuto sino ad oggi, soprattutto in ambito commerciale. Buona la traduzione italiana <em>Cultura libera</em>, curata da Apogeo.</p>
<p>Infine, per chi non l&#8217;avesse ancora letto (pochi visto che sembra essere il libro del momento) segnalo <a target="_blank" href="http://www.wikinomics.com/"><strong><em>Wikinomics</em></strong></a><strong> di Don Tapscott ed Anthony Williams</strong>. Ho letto la versione italiana, piacevole alla lettura grazie all&#8217;ottima traduzione, ricca di episodi e casi di successo (più o meno noti per gli esperti del settore) che sono, a mio avviso, il reale valore aggiunto del libro (oltre che naturalmente la capacità di analisi degli due autori).</p>
<p>Buona lettura!
</p>
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		<title>L&#8217;Open Source nelle grandi imprese</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/07/17/lopen-source-nella-grandi-imprese/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2007 16:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Voci dalla comunità</category>
	<category>Standards</category>
	<category>Open Source e Grandi Aziende</category>
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		<description><![CDATA[La presenza dell&#8217;Open Source nella grande impresa è cosa piuttosto limitata, se non nulla; non è una grande novità, penserete: tranne lodevoli eccezioni, che riguardano più che altro il software di base (Linux, Apache, JBoss), il resto è praticamente terra bruciata.
La motivazione principale non è di natura tecnologica: su questo, sarete d&#8217;accordo con me, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La presenza dell&#8217;Open Source nella grande impresa è cosa piuttosto limitata, se non nulla; non è una grande novità, penserete: tranne lodevoli eccezioni, che riguardano più che altro il software di base (Linux, Apache, JBoss), il resto è praticamente terra bruciata.</p>
<p>La motivazione principale non è di natura tecnologica: su questo, sarete d&#8217;accordo con me, non si discute. E non è nemmeno un fatto di standard, anche se si continua a insistere su lock-in e difficoltà di integrazione. Quello su cui vorrei portare l&#8217;attenzione è: chi progetta, parametrizza e implementa le soluzioni IT per la grande impresa? E soprattutto, su che base &#8220;sceglie&#8221; gli applicativi?</p>
<p>La risposta richiede un minimo ragionamento sulla catena del valore dell&#8217;IT per la grande impresa. Dunque, funziona (quasi sempre) così:</p>
<ol>
<li>La società committente deve fare qualcosa che richiede conoscenze IT molto specialistiche che non ha in casa (in pratica tutto quello che riguarda ERP, CRM, integrazioni varie&#8230;)</li>
<li>Viene steso un bando di gara. Di solito solamente società di consulenza di dimensioni sufficientemente grandi possono partecipare</li>
<li>Scelta la società di consulenza, quest&#8217;ultima elabora una soluzione e propone i partner tecnologici.</li>
</ol>
<p>Il terzo punto è quello che ci interessa: l&#8217;elaborazione e l&#8217;implementazione di una soluzione in tempi rapidi richiede la presenza sul territorio di una notevole quantità di specialisti a buon mercato in una determinata tecnologia. Se non ci sono, quella soluzione viene scartata. Qui volevo arrivare: tutte le soluzioni che utilizzano applicativi Open Source vengono scartate a priori, non perché la tecnologia non sia valida o affidabile, ma perché non si trovano con sicurezza persone valide e preparate. Tenete presente che queste persone devono avere un profilo business, in grado di capire e parlare con l&#8217;ambiente manageriale che commissiona il progetto, cosa che di fatto esclude buona parte della platea Open Source.</p>
<p>E&#8217; facilissimo trovare sul mercato specialisti ABAP per SAP, o esperti Oracle. Si può dire che li fanno con lo stampino&#8230; merito delle certificazioni che queste società propongono, facendosi anche pagare bene. E&#8217; invece molto difficile trovare esperti di Compiere, oppure esperti che ti dicono come integrare OpenOffice nel sistema di reportistica aziendale.</p>
<p>Ciò che manca dunque è il network di conoscenze in grado di generare quella massa critica necessaria per progetti critici di grandi dimensioni.</p>
<p>Quello che c&#8217;è ora va bene per il piccolo, anzi dirò di più, è proprio scalato per il piccolo.</p>
<p>Andrea Maritan
</p>
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		<title>Il segreto delle aziende commerciali Open Source. Il caso di JBoss.</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/07/13/il-segreto-delle-aziende-commerciali-open-source-il-caso-di-jboss/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jul 2007 14:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Marketing Open Source</category>
	<category>case study OS</category>
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		<description><![CDATA[Riprendo alcune considerazioni di Matt Asay, componente Board of Directors dell&#8217;OSI e tra i fondatori di Alfresco, che ormai più di un anno addietro pubblicò un interessante post sul caso JBoss.
Asay tenta di spiegare l&#8217;aumento di fatturato di JBoss negli ultimi anni partendo da due dati: in primo luogo osserva le performace dei download e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo alcune considerazioni di <a title="Matt Asay" target="_blank" href="http://asay.blogspot.com/">Matt Asay</a>, componente Board of Directors dell&#8217;OSI e tra i fondatori di Alfresco, che ormai più di un anno addietro pubblicò un interessante post sul caso<a target="_blank" href="http://weblog.infoworld.com/openresource/archives/2006/07/the_secret_of_s.html"> JBoss</a>.<br />
Asay tenta di spiegare l&#8217;aumento di fatturato di JBoss negli ultimi anni partendo da due dati: in primo luogo osserva le performace dei download e della banda utilizzata dal progetto JBoss su sorgeforge.com, ed in secondo osserva le dinamiche della comunicazione del prodotto all&#8217;interno del sito (aiutandosi in questo del comodissimo servizio di archivio messo a disposizione dal sito <a title="Wayback machine" target="_blank" href="http://www.archive.org/web/web.php">Wayback Machine</a>).<br />
Dopo aver costato di come vi fossero differenti modelli di business adottati dai principali progetti open source di successo (a partire dalle licenze utilizzate, alla gestione delle vendite e alla gestione della comunità), sono emersi dopo un po&#8217; le prime similitudini.</p>
<p><img alt="JBoss downlaod e badwidth" title="JBoss downlaod e badwidth" src="http://static.flickr.com/71/195141583_e49f6689ee.jpg" /><br />
La slida qui sopra riportata i dati del progetto JBoss dal suo lancio nel 2001 sino alla fine del secondo trimestre del 2006 e  mostrano l&#8217;andamento dei download e della quantità di banda utilizzata. Secondo quanto riportato da CFO di Red Hat (aziende che ha acquisito nell&#8217;aprile del 2006 JBoss per 350 milioni di dollari) i profitti di JBoss, completamente assenti nel 2001, sono arrivati a quota 60 milioni di dollari nel 2006.<br />
Il blogger americano a questo punto si chiede come sia avvenuto questo, e trova che non vi sia alcuna particolare formula, ma semplicemente la creazione di ottimo codice ha fatto si che i media riprendessero nei propri articoli, e nelle recensioni, questo dato di fatto. Contemporaneamente, JBoss ha dedicato molta cura nella creazione di un brand forte e ad una attenta politica nella realizzazione delle conversioni: pur non avendo decine di milioni di download come Red Hat o MySQL, JBoss è stata in grado di convertire un significato numero di download (tra i 50,000 e i 100,000 al mese) in clienti paganti.</p>
<p>Quale quindi l&#8217;ingrediente magico di un successo così evidente? Secondo Asay, per JBoss e per tutte le aziende di successo Open Source, il tacco magico risiede semplicemente nell&#8217;avere un prodotto eccellente, accompagnato però da azioni atte ad aumentare la conoscenza del proprio brand e ad una attenta stabilizzazione dei tassi di conversioni in vendite dei download. JBoss è una azienda che ha fatto questo in modo eccezionalmente bene. Creare una azienda di successo Open Source non è quindi, molto differente dal costruirne una chiusa, fatta eccezione, però, sottolinea sempre Asay, per gli ndiscutibili benefici del codice Open Source che danno un notevole vantaggio competitivo alle aziende che ne adottano il modello.</p>
<p>A mio parere, la realizzazione di un ottimo software non può che essere una condicio sine qua non, qualsiasi prodotto Open Source è presto destinato a scomparire o essere sostituito da derivati di esso migliorato (leggi fork). Mi verrebbe da dire che questa piccola regola possa valere per qualsiasi prodotto, ma pensando al monopolio di Windows, trovo subito la prima eccezione alla regola. In secondo luogo, la gestione della forza vendita e della comunità hanno un peso rilevante nel successo di un prodotto Open source, ed è un tema che andrebbe approfondito in modo migliore.
</p>
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		<title>Firefox Spread, ovvero come creare un prodotto di successo</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/07/04/firefox-spread-ovvero-come-creare-un-prodotto-di-successo/</link>
		<comments>http://opensourceblog.biz/blog/2007/07/04/firefox-spread-ovvero-come-creare-un-prodotto-di-successo/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Jul 2007 15:58:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Marketing Open Source</category>
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		<description><![CDATA[
Tra i software Open Source, Firefox entra a buon diritto nell&#8217;Olimpo dei più noti e di successo (credo sia il più conosciuto in assoluto, ma questa è una considerazione personale). Alcuni numeri per dar forza a questa affermazione. Secondo i dati resi noti da Net Applications per il mese di giugno 2007, il browser della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="400" title="Firefox Spread ad The New York Time" alt="Firefox Spread ad The New York Time" src="http://www.mozilla.org/images/nyt_ad_2004.png" /></p>
<p>Tra i software Open Source, <a target="_blank" href="http://www.mozilla.com/">Firefox</a> entra a buon diritto nell&#8217;Olimpo dei più noti e di successo (credo sia il più conosciuto in assoluto, ma questa è una considerazione personale). Alcuni numeri per dar forza a questa affermazione. Secondo i dati resi noti da <a target="_blank" href="http://www.netapplications.com/">Net Applications</a> per il mese di giugno 2007, il browser della Mozilla Foundation si assesta intorno ad una quota del 15%, lasciando dietro di sé browser quali Safari, Netscape ed Opera. Anche se il predominio di Internet Explorer resta – e resterà ancora a lungo – indiscusso, non possiamo negare il valore dei risultati ottenuti dalla comunità Mozilla in questi anni.</p>
<p>Cerchiamo di capire quali sono stati i fattori che hanno determinato un successo così importante in un tempo relativamente ridotto.</p>
<p>Innanzitutto, Firefox si differenzia da tutti gli altri progetti OS per il forte appeal che riesce ad esercitare sugli utenti. Prima del successo di Firefox, le comunità Open Source concentravano i propri sforzi soprattutto sulla creazione di ottimo codice, trascurando però completamente i più elementari strumenti per attrarre utilizzatori nuovi e non esperti. Così, molto spesso, ottimo codice e programmi altamente stabili sono stati per anni appannaggio di pochi <em>geek</em>. Principali cause: scarsa cura del <em>look&#038;feel</em>, completa assenza di una strategia di marketing e poca cura nell&#8217;interfaccia utente.</p>
<p>Firefox ha cambiato le carte in tavola, avviando un nuovo modo di promuovere i progetti Open Source, e rimettendo in discussione il predominio di IE nell&#8217;ormai famosa guerra dei browser.<br />
Prima di tutto, banalmente, penso che Firefox sia riuscito ad individuare un ottimo logo ed una comunicazione coordinata, ma soprattutto sia riuscito a darsi una vera e propria identità di marca.<br />
Inoltre, i responsabili della comunità Mozilla (principalmente Blake Ross e Ben Goodger) sono stati in grado di aggregare una forte comunità non tanto di sviluppatori, quanto piuttosto di utilizzatori e sostenitori del browser Open Source. È stato così lanciato <a target="_blank" href="http://www.spreadfirefox.com/">Spread Firefox</a>, il sito che ospita il blog ufficiale e che fornisce informazioni e materiale marketing (loghi, flyer, ecc.) ai supporter che volesse diffondere l&#8217;utilizzo del nuovo browser.<br />
A questo sono state accompagnate campagne off-line. Più che nota la campagna per l&#8217;acquisto di uno spazio pubblicitario sul New York Times. In poco più di dieci giorni il sito Spread Firefox ha ottenuto oltre 10.000 visite, raggiungendo una media di 25 dollari per donazione, abbastanza per comprare due pagine intere dell&#8217;epoca.<br />
A seguito del grande successo della prima versione, altre iniziative sono state sviluppate nel corso degli anni: i siti localizzati nelle diverse lingue nazionali sono aumentati notevolmente, così come le iniziative di diffusione di piccoli gruppi organizzati in diverse città.</p>
<p>Chiaramente il fenomeno Firefox non si può spiegare solo con un&#8217;acuta campagna di promozione, la quale non avrebbe alcun senso se dietro non vi fosse un software facile da utilizzare, piacevole alla vista e soprattutto più sicuro del rivale IE.
</p>
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		<item>
		<title>Un marchio per l&#8217;Open Source?</title>
		<link>http://opensourceblog.biz/blog/2007/06/25/un-marchio-per-lopen-source/</link>
		<comments>http://opensourceblog.biz/blog/2007/06/25/un-marchio-per-lopen-source/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Jun 2007 15:53:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Voci dalla comunità</category>
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		<description><![CDATA[È di ieri la notizia dell&#8217;intenzione di Michael Tiemann, Presidente dell&#8217;OSI e vice Presidente della divisione relazioni Open Source di Red Hat, di avviare iniziative per arginare il fenomeno – sempre più diffuso – di un utilizzo troppo disinvolto della definizioni di &#8220;software Open Source&#8221;. Secondo Tiemann, a partire dallo scorso anno il termine &#8220;Open [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È di ieri la notizia dell&#8217;intenzione di Michael Tiemann, Presidente dell&#8217;OSI e vice Presidente della divisione relazioni Open Source di Red Hat, di avviare iniziative per arginare il fenomeno – sempre più diffuso – di un utilizzo troppo disinvolto della definizioni di &#8220;software Open Source&#8221;. Secondo Tiemann, a partire dallo scorso anno il termine &#8220;Open Source&#8221; ha subito attacchi da due nuove inaspettate direzioni: ovvero dai <em>vendors</em> che reclamo di avere la stessa voce in capitolo che ha l&#8217;OSI nel definire un prodotto come &#8220;Open Source&#8221;, e in secondo luogo dai <em>vendors </em>che definiscono le proprie licenze come perfettamente conformi alle specifiche contenute nell&#8217;Open Source Definition, accusando in realtà il <em>board</em> dell&#8217;OSI di avere una visione troppo ortodossa delle stesse.</p>
<p>Per molti anni, l&#8217;uso del termine &#8220;Open Source&#8221; è stato abusato e in molti casi utilizzato come mera leva di comunicazione aziendale al solo fine di sfruttare l&#8217;onda vincente di Linux e più in generale di tutto il movimento Open Source.<br />
A dispetto degli sforzi compiuti dall&#8217;OSI (l&#8217;organizzazione preposta al coordinamento e all&#8217;approvazione delle licenze definite &#8220;Open Source&#8221;) per registrare l&#8217;espressione come un marchio, l&#8217;ufficio brevetti statunitense ha sempre dichiarato che una frase come &#8220;Open Source&#8221;, essendo troppo generica, non può rientrare nelle regole di tutela dei marchi registrati.</p>
<p>Quali le soluzioni? Tiemann propone, a tutti coloro che si identificano come membri della comunità, di usare il termine &#8220;Open Source&#8221; solo per il definire il software licenziato sotto le licenze approvate dall&#8217;OSI. «Se la gente vuole utilizzare qualcosa che non sia Open Source, bene! Ma lasciamo che chiamino questo software in modo differente, così come ha fatto Microsoft con le Shared Source».</p>
<p>Personalmente mi sembra un po&#8217; &#8220;strano&#8221; difendere il software Open Source cercando di brevettare un marchio &#8220;Open Source&#8221;&#8230; ed in effetti la frase è talmente generica che risulta effettivamente difficile ipotizzare la sua brevettabilità.<br />
Sono sicuro che la maggior parte degli utenti siano in grado di riconoscere se un software sia o meno &#8220;realmente Open Source&#8221;: le libertà concesse dal modello aperto danno molti vantaggi all&#8217;utente finale&#8230; ma questo implica una definizione attenta del modello di gestione delle entrate da parte della software house produttrice. Se utilizzo una comunicazione &#8220;falsa&#8221;, il cliente si accorgerà ben presto di essersi affidato ad una azienda poco seria, ed in breve deciderà di cambiare fornitore.
</p>
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		<title>Italiani&#8230; popolo di sviluppatori</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jun 2007 12:27:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio</dc:creator>
		
	<category>Italian Open Source</category>
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		<description><![CDATA[Nel corso dell&#8217;ultimo convegno &#8220;Southern California Linux Expo&#8221;, Ross Turk, Community Manager di SourceForge.net, ha fornito alcuni dati piuttosto interessanti sui principali progetti Open Source ospitati dalla nota piattaforma di SourceForge.net.
Tra i tanti dati snocciolati nel corso della presentazione, un elemento ha colto la mia attenzione più di altri: secondo quanto riportato da Turk, infatti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso dell&#8217;ultimo convegno &#8220;Southern California Linux Expo&#8221;, Ross Turk, Community Manager di SourceForge.net, ha fornito alcuni dati piuttosto interessanti sui principali progetti Open Source ospitati dalla nota piattaforma di SourceForge.net.<br />
Tra i tanti dati snocciolati nel corso della presentazione, un elemento ha colto la mia attenzione più di altri: secondo quanto riportato da Turk, infatti, gli utenti italiani iscritti al portale sarebbero al terzo posto dopo Stati Uniti e Germania (vedi grafico qui sotto).<br />
<img width="400" id="image28" alt="Iscritti sorceforge" src="http://opensourceblog.biz/blog/wp-content/uploads/2007/06/iscritti-sorceforge.png" /><br />
Il dato, oltre naturalmente a farmi piacere, mi ha stupito. Pur conscio delle capacità dei programmatori italiani e della fervente attività dei nostri sviluppatori in comunità internazionali, non mi sarei mai aspettato una percentuale così alta (soprattutto superiore a Francia e Gran Bretagna).</p>
<p>Perché, dunque, le comunità ed i progetti prettamente italiani stentano a decollare? Come mai, molto spesso, le localizzazioni di progetti internazionali non riescono a trovare un reale sviluppo nelle comunità italiane?<br />
Tento di dare alcune risposte: in primo luogo penso che una delle maggiori spinte nella produzione di codice Open Source sia il riconoscimento del proprio talento di sviluppatore da parte di una comunità più ampia possibile (e quindi internazionale). Questo spingerebbe molti sviluppatori a concentrare i propri sforzi su progetti coordinati a livello mondiale; come dire: tentare di crearsi un&#8217;immagine spendibile in grosse <em>corporation</em> piuttosto che restringere il campo al solo territorio nazionale. In secondo luogo ho notato una scarsa capacità da parte di imprese e programmatori, dello stesso settore (e quindi concorrenti), di riuscire a cooperare e condividere risorse: in genere pretendiamo di prendere dalla comunità, senza restituire i miglioramenti sul codice. Insomma, mi sembra che il classico atteggiamento da <em>free rider</em> sia piuttosto diffuso qui, mentre lo sia di meno in ambito anglosassone.<br />
Infine, forse non sappiamo valorizzare le nostre capacità e competenze&#8230; come dire, ci manca la comunicazione e il marketing: una maggiore cura dell&#8217;interfaccia utente, una maggiore attenzione nella creazione delle comunità e, più banalmente, una maggiore cura del <em>look&#038;feel</em>.
</p>
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